Grazia Ribaudo pittrice
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I Muri dopo Berlino
10 Novembre 2009:
Inaugurazione mostra itinerante I MURI DI BERLINO, Spazio Tadini

I MURI DOPO BERLINO
Melina Scalise e Francesco Tadini


Non vuole essere solo una mostra, ma una provocazione, uno stimolo a riflettere, un invito a guardare attraverso la lente d’ingrandimento di un artista il mondo che ci circonda e svelarne le barriere, gli ostacoli, i muri da abbattere o forse quelli ancora da mantenere o costruire.
Un modo per restituire all’arte contemporanea un posto preciso nella storia e un’occasione per comunicare una voglia di cambiamento che passi attraverso una voce inusuale: quella che non rinuncia mai a cercare il bello.
I settanta artisti che hanno aderito a questo progetto e le gallerie che hanno già deciso di ospitare la mostra con l’obiettivo di aggregare nuovi artisti locali, come la Galleria Koinè di Scicli e la Promenade Gallery di Valona in Albania, lo hanno capito.
“I muri dopo Berlino” sarà un “muro viaggiante” i cui “mattoni” sono costituiti da opere e nelle quali ci sono i sogni, le speranze, i disincanti, la rabbia o la rassegnazione di chi i muri li vede, ma non sa come superarli, di chi li sente e non vuole dimenticarli.
Le interpretazioni degli artisti sono le più diverse anche in relazione ai loro paesi d’origine. C’è chi il muro lo vede nella scarsa coscienza ecologica, chi nelle ideologie, chi nei sistemi di potere, chi dentro le persone, chi nelle rese, chi nelle religioni, chi nell’indifferenza, chi in un viaggio della speranza con biglietto di ritorno.
Resta una cosa certa, che nelle centinaia di opere che prendono parte a questa mostra molte sono più una denuncia e una voglia di conquista che la constatazione di una resa. Questo risultato è certamente l’eredità che ci portiamo grazie a questi ultimi decenni di storia in cui abbiamo visto superare e abbattere o costruire molti muri. Per esempio quello tra conscio e l’inconscio, l’andata sulla Luna, ma a cui spetta un ruolo privilegiato senz’altro la caduta del Muro di Berlino che simboleggiò la fine della Guerra Fredda e di quella sorta di immobilismo ideologico che contraddistinse il destino del mondo dal dopoguerra in poi e che teneva in una sorta di morsa il destino di tutti tra timori di guerre nucleari e fini apocalittiche.
Il 9 novembre del 1989 quando venne abbattuto il Muro di Berlino e le immagini televisive fecero il giro del mondo, quasi tutti vissero un’emozione di particolare sorpresa, perché abbattere quella barriera sembrava all’improvviso una cosa semplicissima come distruggere un qualsiasi muro di mattoni. Fatta la prima breccia, quel Muro rivelava la sua normalità, si svelava e sgretolava come tutti gli altri. Quel crollo fu un nuovo inizio. Da quel momento si ebbe la certezza che i muri, per quanto potessero apparire possenti, potevano essere abbattuti e si potevano scoprire nuovi orizzonti e spostare barriere e confini.

Per questa mostra abbiamo chiesto a un critico, Claudio Rizzi, di dirci quanto l’arte possa parlare di storia e fare storia e al giornalista, attualmente inviato dell’Espresso, Roberto di Caro, di raccontarci quali sono per lui i muri, quelli veri, quelli che vede cadere sotto le bombe in Medio Oriente o quelli che ci portiamo dentro chiusi in una sorta di indifferenza. E tu, che muro sei?


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La lunga linea grigia
Claudio Rizzi


Il valore storico del tema si coniuga al percorso ventennale di riflessione e dibattito, di lettura attenta operata da intellettuali e artisti.
Tra gli autori oggi presenti in scena, alcuni erano testimoni consapevoli degli eventi, altri, giovani spettatori collaterali.
Quando Gorbaciov giunse a Milano portavoce della notizia, venne salutato in tripudio come l’eroe di un nuovo mondo. Pochi mesi dopo, Alexander Zinoviev, fisico e Premio Nobel, massimo dissidente in quella stagione, sempre a Milano, in occasione di un intervento pubblico, accese la disputa e sollevò grande polemica. Non si trattava di opposizione sterile ma di un monito a prevedere, con l’abbattimento dei confini, e non solo di quelli berlinesi ma di altri, ideali, sociali e politici, un esodo immane e tale da porre a rischio la struttura degli equilibri internazionali.
Per concomitanza fortuita, non per curiosità di cronaca, benché fosse forte la consapevolezza di immediata traduzione in storia, ero in Germania in quei giorni e ricordo il silenzio dell’attesa, dello stupore e della parola meditata. I dubbi di intellettuali tedeschi dinnanzi alla riunificazione dei due Paesi in unica grande Germania, la memoria di un’altra epoca, lo spettro della presunzione che aveva infuocato l’Europa e il mondo.
Gravava in quella sera un’atmosfera soffusa, silente, metafisica. L’attenzione internazionale era a Berlino, le città si svuotarono e si accesero i televisori di casa. Un grande rispetto salutò un grande giorno.
A Darmstadt, in quel periodo, alla Kunsthalle, si erano svolte due mostre imponenti, “La Grande Utopia” e “La Fuga”. Testimonianze dei tempi, a carattere internazionale, nascevano dall’urgenza della contemporaneità e rifiutavano ogni retorica.
I muri, le barriere, metaforiche o reali, dalla rivoluzione del Romanticismo, hanno segnato il cammino della modernità e la denuncia dell’Arte.
Ne sono testimoni i mangiatori di patate di Van Gogh e gli ospiti del Pio Albergo Trivulzio di Angelo Morbelli, le figure di Leon Spilliaert o di Lorenzo Viani.
Gli artisti hanno dato voce all’umanità sommessa, all’uomo grigio, senza nome e senza lode che costruisce la storia, alle verità che non si dicono in ossequio a quella generica omertà che si chiama convenzione.
I muri esistono, proliferano, si consolidano e si propagano. Anacronistici, incivili, cruenti, genocidi. Ma possiamo anche ammalarci di miopia, vedere solo in casa nostra e osservare le due fazioni che da quindici anni fomentano dialogo tra sordi nella contrapposizione assoluta, infelice e deleteria.
Oppure, prima di concludere la giornata, rammentare nostalgicamente l’unico muro ilare e allegro degli ultimi trent’anni, quello del comico Ferrini, banda Renzo Arbore in “Quelli della notte”, che, come antesignano di un federalismo “sui generis”, predicava il Muro di Ancona, proteso nel mare Adriatico, valicabile solo con debita flotta di pedalò d’altura.

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I muri hanno orecchie, le nostre orecchie hanno muri
Roberto Di Caro


“I muri hanno orecchie, le nostre orecchie hanno muri”, scrivevano sui muri di Parigi nel maggio '68. Vecchia storia la sindrome d'accerchiamento, “taci il nemico ti ascolta”, ma la frase a seguire marca uno strappo: scardinate le blindature di un io anemico perché incapace di ascolto, evadete dalla galera della coscienza infelice (Hegel andava per la maggiore), fuori c'è il mondo da conoscere e cambiare, all'epoca un'endiadi. Quando poi il mondo è cambiato davvero (o forse è solo uscito dai cardini) è di nuovo con la caduta di un muro, a Berlino sulle note lente del violoncello di Rostropovic. Dunque è acquisito: muro è ostacolo, chiusura, prigione, rifiuto, paura, discriminazione. Chi lo edifica è un carceriere, chi lo abbatte un liberatore.
No, qualcosa non quadra. Muri sono anche quelli delle case: chi vivrebbe all'addiaccio, o in un palazzo di vetro esposto alle intemperie dello sguardo altrui? Muri sono i confini che disegnano uno spazio: e uno spazio sconfinato non è fatto per viverci, al più è pura natura da contemplare estatici e riguardosi. Come l'intelletto, i muri separano, distinguono, sono strumenti di discernimento. Rendono intelligibili gli oggetti del conoscere e gli àmbiti del vivere. Proteggono dalla fascinazione dell'indistinto il nostro lavorìo di attribuzione di senso alle cose e agli accadimenti. Garantiscono il principio di individuazione contro l'amorfa piattezza di un'esistenza ugualizzata, serializzata, liscia, depurata dai cattivi pensieri come in ogni utopia negativa che si rispetti.
Il problema non sono i muri ma i varchi, i check-point, le porte. Chi ne tiene le chiavi. E se è capace di usarle, per aprire quando serve e chiudere quando è opportuno. A cominciare dalle porte del proprio io. Cos'è la conoscenza, cosa sono le stesse emozioni, se non un continuo abbattere e ricostruire i confini dell'io, lasciarsi permeare dal mondo esterno e l'istante appresso riprendere le distanze dal mondo per rielaborare e risistemare? Aprirsi e chiudersi, sistole e diastole, funziona così anche il cuore. Che spesso si erigano muri per paura non è una buona ragione per aver paura dei muri.


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Info:

www.spaziotadini.it




 
 
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